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mercoledì 2 settembre 2015

Berruto/Cerruti - Linguistica generale. 8. Cenni di storia della disciplina



G. Berruto M. Cerruti, La linguistica. Un corso introduttivo (Utet 2011)


Cap. 8 Cenni di storia della disciplina

8.1 Fino all’Ottocento

La linguistica è ritenuta una disciplina relativamente giovane. Ancor più giovane è la linguistica generale, il cui atto di nascita (1916) si fa coincidere con la pubblicazione postuma del Cours de linguistique generale di Ferdinand de Saussure.

Sin dall’antichità, tuttavia, è sempre esistito un pensiero linguistico sviluppato, con ampie speculazioni sulla natura e il posto del linguaggio verbale nella cultura.
Liste di morfemi prodotte dagli Egizi testimoniano già l’esistenza di un sapere sulle lingue, ma è solo col pensiero filosofico greco classico che si ha avrà un primo corpo sistematico delle dottrine sulla lingua e con la cultura indiana del V sec. a.C. le prime descrizioni grammaticali su una lingua.
Un posto di rilievo ai primordi della storia della linguistica nelle due principali direzioni, filosofica e grammaticale, hanno il Cratilo di Platone (IV sec. a.C), dedicato alla discussione della natura e dell'uso del linguaggio, e il grammatico indiano Panini (IV sec. a.C.).
Ai Sofisti, che sostenevano l'assoluta convenzionalità del rapporto fra le parole e le cose (il problema dell'arbitrarietà dei segni costituisce una questione basilare perennemente dibattuta nel pensiero linguistico), discutendo dei ‘nomi’ e della loro attribuzione alle cose, porta vari argomenti pro o contro il fatto che i nomi alle cose vengano dati  o ‘per natura’ (physei) o ‘per consuetudine’ (étheì) o ‘per posizione’ (convenzione, thésef). Platone sembra propendere comunque per una visione in cui c'è un rapporto non meramente convenzionale fra il mondo delle idee, gli oggetti e le parole, essendo il linguaggio il rispecchiamento di immagini mentali delle cose.
A Panini si deve un'approfondita descrizione grammaticale basata su categorie e principi che in parte sembrano anticipare metodi e assunti formali dello strutturalismo del Novecento. L'Astadhyayi di Panini fornisce infatti un'analisi principalmente fonologica e morfologica del sanscrito mediante un sistema di regole e operazioni che combinano elementi di base in sequenze via via più complesse.
Nel periodo fra il III sec. a.C. e il II sec. d.C. si formava e sviluppava in Cina un'elaborata tradizione filologica di analisi e commento dei caratteri dell'alfabeto cinese e del loro rapporto con parole e significati. Nella Grecia classica, intanto, fondamentali riflessioni sul linguaggio contrassegnano il pensiero di Aristotele, che sostiene, rispetto all’idealismo platonico, la totale convenzionalità del linguaggio (presente anche nella cultura cinese coeva). Ad Aristotele si deve una prima embrionale teoria delle principali 'parti del discorso' (fondata sulla distinzione basilare fra nome, ónoma, e verbo, rhȇma), della flessione e dei casi grammaticali. Del resto, linguisti di fatto erano già gli ignoti elaboratori dell'alfabeto greco, il primo che utilizzi lettere indipendenti per le consonanti e per le vocali, e quindi presupponga implicitamente un'analisi segmentale completa dei foni che costituiscono la catena parlata.
Ai grammatici greco-latini si deve la fissazione delle nozioni fondamentali che rimarranno il fulcro della trattazione grammaticale, in particolare la classificazione delle cosiddette parti del discorso (partes orationis) in otto categorie, coincidenti con le nove (cfr. § 3.4) in seguito riconosciute.
Ad Alessandria d'Egitto furono attivi Dionisio Trace (170-90 a.C.), autore della Tèchné grammatikè (‘Arte della grammatica’) e Apollonio Discolo (II sec. d.C.), che per primo utilizzò il termine sintassi (gli altri termini relativi ai livelli di analisi oggi praticati, fonetica, fonologia, morfologia, semantica, e lo stesso linguistica risalgono a non più in là dell'Ottocento).

Durante i 'secoli bui' dell'Alto Medioevo vanno comunque menzionate l'opera di Isidoro di Siviglia (560-636), autore di venti libri di Etymologiae che, partendo dalla spiegazione (spesso fantasiosa) dell'origine etimologica delle parole, forniscono una summa enciclopedica delle conoscenze del mondo antico, la prosecuzione della trattatistica grammaticale di impronta greco-latina (Giuliano di Toledo) e, soprattutto, nella tradizione non occidentale, l'importante attività dei grammatici arabi delI’VIII sec., che Sibawayhi riassunse nel Kitab, il ‘Libro’ per antonomasia, grammatica concepita per insegnare la lingua araba a chi non la sapeva.
Nei primi secoli del secondo Millennio le riflessioni e speculazioni sul linguaggio ripresero vigorosamente, favorite dalla riscoperta di Aristotele, fino a sfociare fra il XIII e il XIV sec. nella cosiddetta 'grammatica speculativa', praticata da un gruppo di filosofi (Boezio di Dacia, Radulphus Brito) attivi fra Parigi, Bologna e Erfurt (in Turingia), detti anche ‘modisti’, dal titolo dell'opera di Tommaso di Erfurt, Tractatus de modis significandi seu Grammatica speculativa (c. 1310). La teoria grammaticale dei modisti vede le parole manifestarsi mediante i loro ‘modi di significare’, che ne attualizzano la specificazione semantica in relazione ai diversi contesti.

Un posto significativo nel pensiero linguistico del Medioevo spetta anche a Dante Alighieri, sia per le assunzioni di matrice aristotelica mediate dalla filosofia scolastica presenti in più punti del Convivio (e in qualche passaggio della Divina Commedia) circa la compresenza necessaria nel linguaggio di una componente naturale e di una componente culturale, sia soprattutto per la prima panoramica dei dialetti italiani tracciata nel De vulgari eloquentia (1304-08).

Nel XVI sec. si assiste in tutta Europa a un fiorire di trattatistica grammaticale, anche in connessione coi processi di emancipazione e standardizzazione delle lingue volgari.
Mentre da un lato le rimeditazioni della grammatica del latino consentono ad autori come l'italiano Giulio Cesare Scaligero (1484-1558), il francese Pierre de la Ramée (Petrus Ramus; 1515-1572) e lo spagnolo Francisco Sànchez (Franciscus Sanctius; 1523-1601) riflessioni teoriche che riprendono aspetti del pensiero dei modisti e preparano il terreno ai successivi sviluppi razionalisti, dall'altro vengono prodotte le prime grammatiche del volgare toscano (L.B. Alberti 1437-41, G.F. Fortunio, 1516), dello spagnolo (castigliano; A. de Nebrija, 1492) del francese (J. Dubois), del portoghese (F. de Oliveira, 1536), dell'inglese (W. Bullokar, 1586), del tedesco (L. Albertus, 1573).

Il Seicento è un secolo altamente significativo per la storia del pensiero linguistico, giacché vi si innestano le radici dei principi di fondo che caratterizzano ancora oggi la moderna linguistica scientifica.
L'importanza della Scuola giansenista di Port-Royal e del razionalismo cartesiano è stata per es. sottolineata dallo stesso Chomsky: A. Arnauld e A. Lancelot nella loro Grammaire generale et raisonnée (1660), propongono una teoria grammaticale che sia ‘generale’, vale a dire universale, valida per tutte le lingue, e ‘ragionata’, cioè basata sullo stretto rapporto fra pensiero e linguaggio.
Il Seicento è anche caratterizzato da uno spiccato interesse per la documentazione di lingue esotiche, Già a metà Cinquecento l'erudito svizzero Conrad von Gessner aveva del resto raccolto sotto il titolo Mithridates (dal nome di Mitridate Eupatore, 132-63 a.C, re del Ponto, noto come il più famoso poliglotta dell'antichità) dati su circa 130 lingue diverse, illustrandole con 22 versioni del Poter Noster in altrettante lingue; opera che inaugura una serie di raccolte poliglotte dei secoli successivi.
Con questo filone documentario di lingue esistenti va di pari passo l'interesse per la progettazione e creazione di lingue artificiali 'filosofiche', valide per la comunicazione universale. Il nome più insigne è qui quello del Gottfred von Leibniz (1646-1716), che sulla base di un progetto di sistemazione generale del sapere universale lavorò a una sorta di scomposizione dei concetti in elementi basici da combinare fra loro mediante un calcolo, la characteristica universalis, che doveva servire da fondamento per un'unica lingua simbolica valida per tutti. Leibniz associò questa speculazione a una teoria del linguaggio che mette in primo piano la componente della motivazione naturale dei segni linguistici.
Altro tentativo secentesco di creazione ili una tassonomia concettuale in generi e specie a cui far corrispondere l’articolazione formale delle parole di una lingua universale è quello dell'inglese John Wilkins. Una voce rilevante nel pensiero linguistico della seconda metà del Seicento è anche quella del filosofo inglese John Locke (1632-1702), fautore di una teoria semantica empiristica che mette in primo piano la concezione della lingua come strumento pratico e afferma con decisione la radicale arbitrarietà della relazione fra nomi e significati.

Nel pensiero linguistico del Settecento, in cui occupa una posizione centrale il dibattito sulle origini del linguaggio, si incontrano posizioni significative. Il pensiero storicistico italiano ha conferito notevole importanza alle idee sul linguaggio di Giambattista Vico (1668-1744), nettamente contrarie al razionalismo e al convenzionalismo, e a sostegno del radicamento spontaneo del linguaggio nella natura umana.
Lo sviluppo del linguaggio si innesta nella storia in stretta associazione con la retorica e la poesia (per Vico la lingua è sempre una creazione individuale) secondo tre tappe fondamentali: una lingua primordiale, ‘divina’, una ‘lingua degli eroi’ e una ‘lingua del volgo’.
Alla questione dell'origine del linguaggio si ricollega il filosofo illuminista Étienne Bonnot de Condillac (1714-1780), che formula una sua teoria dell'arbitrarietà e convenzionalità volontaria del segno rispetto alle idee, e sottolinea il valore della condivisione sociale del linguaggio.
Condillac discute anche ampiamente la questione del ‘genio delle lingue’ (i 'caratteri' intellettuali che le diverse lingue manifestano); a tale dibattito contribuisce significativamente Melchiorre Cesarotti (1730-1808) col Saggio sopra la filosofia delle lingue (1786), mentre il filosofo tedesco Johann Gottfried Herder (1744-1803) sviluppa tesi sull'origine del linguaggio che riecheggiano idee di Vico e rappresentano i prodromi dell'ideologia romantica.
Sul finire del secolo, lo studioso tedesco Johann Christoph Adelung (1732-1806) continua la tradizione dei Mithridates con un'opera in 4 volumi contenente informazioni su un gran numero di lingue e la traduzione del Pater Noster in quasi cinquecento idiomi.


8.2 Dall’Ottocento ai giorni nostri

8.2.1 La linguistica ottocentesca

II passo decisivo per la nascita della nuova disciplina è preparato già alla fine del Settecento, con il riconoscimento e l'affermazione su base comparativa della parentela fra il sanscrito e le lingue europee (William Jones, 1786).
La scoperta e lo studio sistematico, attraverso il metodo storico-comparativo, della parentela fra le lingue sono…


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Berruto/Cerruti - Linguistica generale. 7. Mutamento e variazione delle lingue



G. Berruto M. Cerruti, La linguistica. Un corso introduttivo (Utet 2011)


Cap. 7 Mutamento e variazione delle lingue

7.1 La lingua lungo l’asse del tempo

7.1.1 Il mutamento linguistico

Una proprietà evidente delle lingue, come entità calate negli usi di una comunità sociale, è costituita dalla variazione. Una lingua non è un blocco uniforme, ma si presenta sotto forme diverse e mostra sempre modi diversi di realizzazione e usi differenti. Tale differenziazione è anzitutto visibile lungo l'asse del tempo, nella diacronia (cfr. § 1.4.1).
In relazione al passare del tempo le strutture e i paradigmi si modificano; nascono nuove abitudini, nuove parole, nuovi costrutti. All'insieme di questi mutamenti si dà il nome di mutamento linguistico e il settore della linguistica che se ne occupa è la linguistica storica (o linguistica diacronica), attenta alle vicende della lingua come organismo o istituzione che vive nel tempo.
Come fenomeno che avviene nella diacronia, il mutamento linguistico è più veloce del mutamento genetico, biologico, ma è più lento dei mutamenti socio-culturali e molto più lento dei mutamenti del costume e della moda e richiede in genere lo spazio di più di una generazione.
I cambiamenti sono graduali e progressivi, e conferiscono a uno 'stato di lingua' un aspetto percepibilmente diverso rispetto allo 'stato' della stessa lingua in un periodo precedente.
Cambiamenti locali multipli possono infine sommarsi e ingrandire le differenze fino a quando uno stato di lingua risulti così cambiato da non essere più riconoscibile: si è così in presenza di una nuova lingua.
Questo per esempio è il caso dell'italiano che, nato dal latino, per una somma di mutamenti, si è sviluppato con forme e strutture sensibilmente diverse. Il fenomeno è avvenuto gradualmente, fra il III sec. e l'Alto Medioevo, e ha trovato il suo riconoscimento esteriore quando, fra il X e l'XI sec le nuove lingue, i 'volgari', hanno cominciato ad essere documentate in usi scritti. Il primo documento in volgare italiano è il cosiddetto Placito capuano (960), una testimonianza riportata in un verbale notarile, in latino, relativo a certi possedimenti terrieri del monastero benedettino di Montecassino.
Il mutamento linguistico inizia con un'innovazione, prosegue con una fase in cui l'innovazione si diffonde, può essere accettata dalla comunità parlante ed avere successo fino a soppiantare totalmente l'elemento preesistente.
Le cause e i fattori del mutamento linguistico sono molteplici. Vi sono sia motivazioni interne alla lingua, sia fatti esterni ad essa (ambientali, storici, socioculturali). Ogni cambiamento significativo nell'ambiente, nell'evoluzione economica, nello sviluppo socioculturale (guerre, migrazioni, scoperte, svolte tecnologiche) può essere un fattore extralinguistico, una causa esterna scatenante di mutamenti linguistici, comprese la decadenza, o morte di lingue.
Spesso la lingua che si estingue lascia tracce sulla lingua che le subentra, nella fonetica, nella morfosintassi, nel lessico: si tratta di fenomeni di sostrato. 'Sostrato' è infatti il termine che si impiega per indicare in generale l'influenza di una lingua precedente sulla lingua successiva.
La presenza di vocali anteriori arrotondate (come ad es. [y] in [tyt] ‘tutto’) nei dialetti dell'Italia Nord-Ovest viene riportata a un presunto sostrato celtico, così come l'assimilazione di -nd- in -nn- (monne per mondo) nei dialetti centro-meridionali viene ricollegata a un sostrato osco (la lingua italica parlata prima del latino).
Fattori interni del mutamento linguistico sono sia le tendenze del sistema a regolarizzare le strutture, sia le operazioni inconsce del parlante volte a semplificare, sia nella produzione (per maggior facilità articolatoria), sia nella ricezione.
i singoli mutamenti che avvengono in una lingua sembrano tuttavia seguire una logica interna, un percorso coerente che collega secondo una certa direzione preferenziale i vari mutamenti nei diversi settori della lingua. Tale direzione tendenziale del mutamento linguistico è stata chiamata 'deriva' (drift).

7.1.2 Fenomeni del mutamento

Molti fenomeni del mutamento fonetico sono anche validi in sincronia, dando conto dei rapporti fra diverse forme che parole e morfemi possono assumere. Si tenga presente che i simboli > e < valgono, in linguistica storica, rispettivamente per ‘diventa’ e ‘proviene da’. La forma che sta dal lato aperto > della freccia è l'etimo, vale a dire la forma originaria più antica da cui la forma attuale o più recente proviene.
Nel mutamento fonetico, sono molto frequenti fenomeni di assimilazione: due foni articolatoriamente diversi nel corpo della parola tendono a diventare simili mediante l'acquisizione da parte di uno dei due di uno o più tratti comuni con l'altro. L'assimilazione avviene frequentemente nei nessi consonantici: es. dal lat. nocte(m) > all’it. notte (assimilazione regressiva: [k], occlusiva velare sorda, perde il tratto velare e diventa dentale come la consonante che segue [t], occlusiva dentale sorda); dal lat. quando > ['kwannǝ] nei dialetti meridionali (assimilazione progressiva: la [d] si assimila alla consonante nasale che la precede).
L'assimilazione può avvenire anche tra foni non contigui nella catena parlata, come nella metafonia, termine che indica la modificazione del timbro di una vocale interna per effetto della vocale finale, come avviene per es. nel napoletano ['niro] ‘nero’ dal lat. nigru(m), ['nera] ‘nera’ dal lat. nigra(m).
È un caso di assimilazione anche 1’‘armonia vocalica', come si ha per es. in turco, dove la vocale della radice lessicale influenza il timbro delle vocali dei suffissi a questa aggiunti, che ne assumono tratti.
Esiste anche il fenomeno contrario all'assimilazione, la dissimilazione, che si ha quando due foni simili o uguali non contigui in una parola diventano diversi: es. dal lat. venenu(m) si ha l’it. veleno, con dissimilazione (regressiva) delle due [n] dell'etimo latino; dal lat. arbore(m) si ha l’it. albero, con dissimilazione anch'essa regressiva delle due [r].
Altri fenomeni di mutamento fonetico nel passaggio dal latino alle lingue romanze sono:
a)      la metatesi, spostamento dell'ordine dei foni di una parola (ad es. l’it. fìaba, che presuppone una forma latina volgare flaba non attestata, proviene dal lat. fabula(m), con trasposizione di l dall'ultima sillaba alla prima;
b)      la soppressione o caduta di foni, in particolare di vocali, in una parola. Queste possono avvenire in posizione iniziale, 'aferesi' (dal lat. apothéca(m) all’it. bottega); in posizione interna, 'sincope' (es. dal lat. domina(m) all’it. donna, con concomitante assimilazione di -mn- in -nn-); in posizione finale, 'apocope' (dal lat. civitate(m) all’it. città. Cadute di foni si hanno anche nella semplificazione di nessi consonantici articolatoriamente complessi: es. dal lat. obstaculum all’it. ostacolo (in cui -bst- diviene -st-).  Particolarmente drastico è il fenomeno della caduta di foni nel passaggio dal latino a dialetti italiani settentrionali (es. dal lat. calidu(m) ‘caldo’ al piemontese [kɑwd];
c)      l'inserzione o aggiunta di foni (fenomeno contrario al precedente) nel corpo di una parola, 'epentesi', (ad es. dal lat. baptismum all’it. battesimo, con concomitante assimilazione di -pt- in -tt-), all’inizio, 'protesi' (o 'prostesi'), (es. dal lat. statu(m) allo sp. estado ‘stato’); alla fine, 'epitesi' (es. dal lat. cor all’it. cuore, dove si attiva un altro fenomeno fonetico, la dittongazione di o tonica latina in -uo- [wo]).

A livello fonologico, fenomeni ricorrenti sono:
a)      allofoni di un fonema acquisiscono valore distintivo e diventano fonemi autonomi ('fonologizzazione'): le affricate palatali italiane [tʃ] e [dʒ] sono la probabile evoluzione degli allofoni costituiti dalle realizzazioni palatalizzate dei fonemi latini /k/ e /g/ (il lat. cingere /'kingere/, pronunciato ['k'iŋg'ere], dà l'it. /'tʃindʒere/);
b)      fonemi perdono il loro valore distintivo e diventano allofoni di un altro fonema ('defonologizzazione'), che porta anche a una fusione di fonemi: è il caso tipico delle vocali lunga e breve (notate per il latino con un apposito segno diacritico sovrapposto alla vocale, ā = a lunga, ă = a breve) fonemi diversi in latino, che in italiano si fondono in un solo fonema /a/;
c)      perdita di fonemi: l'approssimante laringale del latino /h/ (habere ‘avere’) è scomparsa in italiano, dove alla lettera h non è associata alcuna realtà fonica; è rimasto un mero relitto grafico, come nelle voci del verbo avere ho, hai, ha o come simbolo sussidiario nei digrammi ch e gh che rappresentano le occlusive velari sorda e sonora davanti a vocale anteriore (es. chilo, dighe).
Questi fenomeni, e altri qui non menzionati, possono portare al mutamento dell'inventario fonematico di una lingua. L'italiano, rispetto al latino, ha per es., per quanto riguarda le consonanti, una nuova serie di fonemi palatali: la fricativa sorda (/ʃ/), le affricate (/tʃ/ e /dʒ/), la laterale (/ʎ/), la nasale (/ɲ/).
I mutamenti fonetici-fonologici possono anche consistere in spostamenti a catena. Fra i più noti vi sono le cosiddette 'rotazioni consonantiche’. La prima di queste (nota come ‘legge di Grimm') riguarda il passaggio delle occlusive sorde a fricative sorde, delle occlusive sonore a occlusive sorde e delle occlusive sonore aspirate a occlusive o fricative sonore, e caratterizza il ramo germanico. La seconda rotazione caratterizza invece l'evoluzione del tedesco: le occlusive sorde p, t, k diventano affricate in inizio di parola e in posizione postconsonantica (cfr. ted. zehn ‘dieci’ e Herz ‘cuore’, rispetto a ten e heart dell'inglese, che non conosce la seconda rotazione), e fricative in posizione postvocalica (ted. Wasser ‘acqua’ vs. ingl. water); le fricative sonore diventate occlusive passano a sorde (ted. Gott ‘dio’ vs. ingl. god) e la fricativa dentale sorda diventa occlusiva sonora (ted. Bruder ‘fratello’ vs. ingl. brother).

Nella morfologia, possono cadere categorie morfologiche e nascerne di nuove, e i morfemi cambiare impiego. Nel passaggio dal latino all'italiano viene a perdersi la categoria flessionale del caso (cfr. § 3.4): mentre per es. in latino si distingue lupus nominativo (caso del soggetto) da lupum accusativo (caso del complemento oggetto), in it. lupo è indifferenziato per caso. Nella categoria del genere, si perde il neutro, e i sostantivi neutri del latino vengono di solito riportati al genere maschile.
Uno dei principali meccanismi che agiscono nella morfologia è l'analogia, cioè l'estensione di forme a contesti in cui non sono appropriate. Per es., in it. un infinito come volere non può provenire dall'infinito lat. velle (irregolare) ma risulta dall'applicazione a un caso che non la prevedeva della desinenza regolare comune ai verbi della seconda coniugazione -ere. L'analogia è quindi solitamente regolarizzante, cioè crea simmetria eliminando le eccezioni.
Fenomeni importanti e interessanti sono la rianalisi e la grammaticalizzazione. Un esempio classico di rianalisi è la formazione nelle lingue romanze del passato prossimo (o passato composto), inesistente in latino. La nascita di questo nuovo tempo verbale implica una diversa analisi e interpretazione del valore semantico del comportamento sintattico del verbo habere, che in latino ha solo il valore di verbo pieno, col significato di ‘possedere’.
Avviene anche il passaggio del verbo habere da parola piena (con significato lessicale autonomo, vd. § 5.1) a parola vuota (verbo ausiliare), cioè un tipico fenomeno di grammaticalizzazione. Per grammaticalizzazione si intende il mutamento per cui un elemento del lessico diventa un elemento della grammatica: un lessema perde il suo valore semantico lessicale e viene assorbito dalla grammatica, come parola funzionale o come morfema. È un caso di grammaticalizzazione per es. anche il modulo di formazione degli avverbi in italiano: il suffisso derivazionale -mente infatti non è altro che il sostantivo latino mens, mentis ‘mente, spirito’.
I fenomeni più rilevanti nel mutamento sintattico concernono di solito l'ordine dei costituenti. Il mutamento sintattico coincide quindi con un mutamento tipologico. Nel latino, che ha comunque un ordine non marcato, basico, di tipo SOV (predeterminante, costruisce a sinistra, con ordine modificatore-testa), normalmente il complemento oggetto precede il verbo, l'aggettivo precede il nome, l'avverbio precede il verbo, il complemento... Le lingue romanze sono invece di tipo SVO e l’ordine dei costituenti è ovviamente diverso da quello previsto dal latino.

Nella semantica lessicale, il mutamento si manifesta in primo luogo come arricchimento del lessico con l'ingresso nell'inventario dei lessemi di una lingua di nuove unità ('neologismi').
L'arricchimento del lessico può avvenire a partire da lessemi già esistenti: con i suffissi molto produttivi -ism- e -st-
(da buono, per es., si sono coniati buonismo e buonista) o ricorrendo a materiali di altre lingue nelle forme del prestito (ad es. chattare dall’ingl. chat).
Avviene lungo l'asse del tempo anche il fenomeno opposto, la perdita di lessemi. Molte parole latine, ad es., si sono perdute, non hanno lasciato tracce in italiano (per es. cunctus ‘tutto intero’) e durante i secoli l'italiano ha perduto parole che esistevano in italiano antico (per es. donzello ‘giovane uomo di nobile famiglia’).
Avvengono poi cambiamenti (trasferimenti, estensioni, riduzioni) nelle associazioni tra significanti o significati, quando un diverso significante è riferito a un significato esistente, o viene attribuito un nuovo significato a un significante esistente, in primo luogo rapporti di somiglianza (metafora) (ad es. it. antico gentile ‘nobile’, it. moderno ‘cortese’) e rapporti di contiguità (metonimia; ad es. dal lat. volumen ‘rotolo di pergamena’ abbiamo l’it. volume ‘libro’).
Reinterpretazione interessante, analoga alla rianalisi nella morfosintassi, è la cosiddetta paretimologia, o etimologia popolare, cioè la risemantizzazione di una parola mediante la rimotivazione del suo significato attraverso l'apparentamento a una parola nota: ad es. il passaggio dal lat. cubare ‘giacere’ all’ it. covare ‘stare accovacciato sulle uova’, è ricollegato al lat. ovum ‘uovo’.
Spesso quello che cambia è l'area semantica coperta da una parola (e quindi il suo ambito di impiego): così si hanno estensioni o generalizzazioni (come nel lat. domina ‘signora, padrona di casa’ - da domus ‘casa’ - all’it. donna) o, al contrario, restringimenti o specializzazioni (come nel lat. domus ‘casa’ all’it. duomo ‘casa del Signore’, ‘cattedrale’.
In questo ambito rientrano anche i mutamenti semantici per tabuizzazione (da tabu), che riguardano l'interdizione di parole relative a determinate sfere semantiche che vengono sostituite da altre parole di significato non diretto (dette pertanto 'eufemismi', dal gr. ‘parlar bene’).
I mutamenti possono anche coinvolgere campi semantici (cfr. § 5.3.4), portando a una loro ristrutturazione. In latino per es. il campo semantico dei colori era strutturato secondo una distinzione di brillantezza e intensità. Ater era ‘nero’, come gamma cromatica, niger, come ‘nero brillante’; albus era ‘bianco’, come gamma cromatica, o candidus, come ‘bianco brillante’. L'opposizione si è mantenuta in italiano per il ‘bianco’, con bianco opposto a candido, mentre si è annullata per il ‘nero’, ridotto al solo nero (da nigru(m)).
Mutamenti si hanno anche nella pragmatica. Nel modo in cui si interagisce con gli interlocutori, il sistema dell'allocuzione (cfr. § 5.1) è passato dal latino tu sing. vos plurale, alla bipartizione italiana dapprima fra tu allocutivo confidenziale e voi (con referenza singolare) allocutivo di rispetto; poi, fra Cinquecento e Seicento, a una tripartizione tra tu di confidenza e solidarietà, voi di cortesia e lei di formalità, finché in italiano moderno...


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Berruto/Cerruti - Linguistica generale. 6. Le Lingue nel Mondo



G. Berruto M. Cerruti, La linguistica. Un corso introduttivo (Utet 2011)

Cap. 6 Le lingue del mondo

6.1 Le lingue del mondo

Le lingue storico-naturali sono diverse migliaia anche se in certe aree geografiche sono tuttora insufficientemente studiate (Il Summer Institute of Linguistics di Dallas ne ha censite 6.900). Non è semplice tuttavia stabilire se diverse parlate tra loro simili siano da considerarsi varietà o dialetti di una stessa lingua oppure sono lingue a sé stanti.
L'Italia è in questo senso un caso esemplare. Intanto, oltre alla lingua nazionale comune (l’italiano standard) esistono anche le lingue delle minoranze parlate da gruppi più o meno consistenti di parlanti in alcune aree del paese (tedesco, francese, sloveno, ladino dolomitico[1], neogreco, albanese, serbo-croato, provenzale, franco-provenzale, catalano e anche il sardo e il ladino friulano).
Inoltre, anche i dialetti italiani avrebbero le carte in regola per essere considerati sistemi linguistici a sé stanti, e se
li calcolassimo come autonomi arriveremmo a una trentina di lingue indigene presenti in Italia.
La principale classificazione delle lingue avviene per famiglie, secondo criteri di parentela genealogica, che si
basano sulla possibilità di riportare un gruppo di lingue ad un antenato comune. La parentela linguistica è in genere riconosciuta confrontando il lessico fondamentale, un insieme di circa 200 termini designanti nozioni comuni (numeri, fenomeni meteo, parti del corpo, azioni quotidiane ecc.). Se per questi termini troviamo lo stesso o simile significante vorrà dire che questo rimanda ad una forma originaria condivisa, e che quindi le lingue che lo presentano hanno un antenato comune.
L'italiano ha stretti rapporti di parentela con tutte le lingue provenienti dalla comune base del latino e costituisce insieme a queste il ramo delle lingue romanze (o neolatine) che comprende: italiano, francese, spagnolo, (castigliano), portoghese, romeno e altre lingue minori come il gallego, catalano, provenzale retoromanzo nonché svariate varietà dialettali.
Il ramo romanzo, insieme agli altri rami con cui, sebbene lontanamente, è imparentato come le lingue germaniche, slave, baltiche, celtiche, indo-arie, iraniche e tre lingue isolate (neogreco, albanese, armeno) formano la famiglia delle lingue indoeuropee.
La famiglia è il più alto livello di parentela ricostruibile con i mezzi della linguistica storico-comparativa, che individua le somiglianze fra le lingue come prova della loro comunanza dì origine. È quindi la categoria fondamentale della classificazione delle lingue su base genetica (più tecnicamente, il livello superiore a quello di famiglia è quello di phylum o stock).
All’interno di una famiglia di lingue si possono riconoscere dei ‘rami’ (o sottofamiglie) che possono a loro volta suddividersi in gruppi (e questi in sottogruppi). L’italiano (e i suoi dialetti) quindi è una lingua del sottogruppo italo-romanzo del gruppo occidentale (insieme all’iberico-romanzo e al gallo-romanzo) del ramo neolatino (o romanzo, insieme al ramo germanico, slavo, ecc.) della famiglia indoeuropea.
La linguistica riconosce oggi diciotto famiglie linguistiche (cfr. tabella 6.2), più alcune lingue isolate di cui non si può provare la parentela con le altre lingue. A queste andrebbero aggiunte alcune decine di lingue pidgin e creole,  nate dall’incontro di lingue tra loro estranee e sviluppatesi ristrutturandosi. Spesso vengono assegnate alla famiglia linguistica che ha fornito la maggior parte dei materiali lessicali (detta ‘lingua lessicalizzatrice’).
Fra i pidgin più noti vi sono il tok pisin (Papua Nuova Guinea), il WAPE[2] (Nigeria e Ghana), il Chinese Pidgin English (Cina meridionale), il russonersk (mar Artico), il fanakalo (Sudafrica e Zimbawe); tra i creoli: lo sranam (Suriname), il krio (Sierra Leone), il giamaicano (Giamaica), il creolo haitiano (Haiti), il seicellese (Seychelles).  
Delle migliaia di lingue esistenti, soltanto alcune decine possono essere considerate grandi lingue con un numero cospicuo di parlanti e appoggiate a una tradizione culturale di ampio prestigio[3].
Per parlanti nativi di una lingua si intendono coloro che hanno imparato quella lingua nella socializzazione primaria e quindi la possiedono come lingua materna.
Certo, non è in base al numero dei parlanti che si può giudicare l'importanza di una lingua, ma piuttosto il numero di nazioni in cui la lingua è ufficiale, l’impiego della lingua nei rapporti internazionali, la tradizione letteraria e culturale e il relativo prestigio di cui gode la lingua.
In Europa sono tradizionalmente parlate cinque diverse famiglie linguistiche: oltre alle lingue indoeuropee (predominanti) troviamo infatti le lingue uraliche del ramo ugrofinnico (ungherese, finlandese, estone), le lingue altaiche (turco, tataro), le lingue caucasiche (georgiano, ceceno), le lingue semitiche (ramo afro-asiatico: il maltese), oltre a una lingua isolata, il basco.


6.2 Tipologia linguistica

Molto più importante della classificazione per famiglie è però la classificazione tipologica.
La tipologia linguistica si occupa dì individuare che cosa c'è di uguale e cosa di diverso nel modo in cui le diverse lingue storico-naturali sono organizzate e strutturate, attuando scelte tra loro compatibili nella realizzazione di fatti o fenomeni universali. La tipologia è dunque connessa con lo studio degli universali linguistici, proprietà ricorrenti nella struttura delle lingue sia sotto forma di invarianti necessariamente possedute dalle lingue sia sotto forma di un repertorio di possibilità. Un universale linguistico (ad es. ‘tutte le lingue hanno vocali e consonanti’) non è necessariamente tale solo se è manifestato da tutte le lingue conosciute, quanto piuttosto che non sia contraddetto dalle caratteristiche di nessuna lingua (sugli universali linguistici cfr. box 6.2).
Sulla base di tratti strutturali comuni, si possono così classificare le lingue non più dal punto di vista genealogico, ma dal punto di vista della loro appartenenza a tipi diversi.
Un tipo linguistico dunque si può definire come un insieme di tratti strutturali correlati gli uni con gli altri; in concreto, equivale a un raggruppamento di sistemi linguistici aventi molti caratteri comuni.
Certo, una lingua non corrisponde mai totalmente a un tipo particolare, e insieme alle caratteristiche tipologiche prevalenti vi si trovano anche caratteri propri di altri tipi. Un sistema linguistico, in altre parole, realizza fondamentalmente un tipo linguistico, mescolando però a questo altri tipi linguistici.

6.2.1 Tipologia morfologica

Un primo modo di individuare tipi linguistici diversi è basato sulla morfologia, più precisamente sulla struttura della parola.
A seconda di come è fatta una parola di una determinata lingua, del rapporto che c’è tra parole e morfemi, si distinguono quattro tipi morfologici di lingua.
Un primo tipo morfologico è dato dalle lingue isolanti, quelle in cui la struttura della parola è la più semplice possibile e tendenzialmente costituita da un solo morfema e, dunque, il rapporto morfemi/parole (detto indice di sintesi) è generalmente di 1/1. L’indice di sintesi, o numero di morfemi per parola, si ottiene dividendo in un testo il numero dei morfemi per il numero delle parole: più è basso, e più il numero dei morfemi tende a coincidere con quello delle parole, più la lingua è detta ‘analitica’; al contrario, più alto è l’indice, più la lingua è ‘sintetica’.
Il termine di lingue isolanti si giustifica per il fatto che tali lingue non solo ‘isolano’ in blocchi unitari inscindibili le singole parole, ma esprimono spesso significati complessi scindendoli, isolandoli appunto, in lessemi semplici giustapposti. Le lingue isolanti, infatti, non presentano morfologia flessionale e hanno poca morfologia derivazionale. Inoltre, nel tipo isolante le parole sono spesso monosillabiche. Tra le lingue isolanti troviamo il vietnamita (isolante per eccellenza), il cinese, l’hawaiano, ecc.
Anche l’inglese presenta alcuni caratteri di lingua isolante, grazie  soprattutto alla morfologia flessionale assai ridotta.
Un secondo tipo morfologico è dato dalle lingue agglutinanti, in cui le parole hanno struttura complessa e sono formate dalla giustapposizione di più morfemi. Presentano quindi un alto indice di sintesi. I morfemi hanno di solito un valore univoco e all'interno della parola sono facilmente individuabili e ben separabili gli uni dagli altri. Le parole, dunque, si presentano come strisce compatte di morfemi ben riconoscibili. Sono lingue agglutinanti il turco, l’ungherese, il finlandese, il basco, oltre all’artificiale esperanto.
In una lingua agglutinante, dunque, le parole possono essere anche molto lunghe e costituite da una radice lessicale a cui sono attaccati più affissi.
Un terzo tipo morfologico è dato dalle lingue flessive (o fusive), che presentano parole internamente abbastanza complesse, costituite tendenzialmente da una base lessicale semplice e da uno o anche più affissi flessionali che spesso sono morfemi cumulativi, veicolando ciascuno più valori grammaticali assieme e assommando diverse funzioni. Rispetto alle lingue agglutinanti, hanno un indice di sintesi minore, cioè le parole hanno una struttura meno complessa e sono composte da una catena meno lunga di morfemi. Per converso però vi sono molti fenomeni di allomorfia e di fusione, che amalgamano spesso i singoli morfemi e li rendono non ben separabili. L'analisi morfematica delle lingue flessive è resa inoltre disagevole anche dai non rari fenomeni di omonimia, sinonimia e polisemia di morfemi.
Proprio per la caratteristica di riunire più significati su un solo morfema flessionale e di fondere assieme i morfemi rendendo spesso poco trasparente la struttura interna della parola, tali lingue vengono anche chiamate 'fusive'; mentre il termine 'flessive' si riferisce alla presenza in esse di molta morfologia flessionale.


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[1] Queste prime quattro protette dalla Legge di tutela delle minoranze linguistiche n. 402/1999
[2] West African Pidgin English.
[3] Nel 2003 si contavano 64 lingue con più di dieci milioni di parlanti nativi e 125 con più di tre milioni.

Berruto/Cerruti - Linguistica generale. 5. Semantica



G. Berruto M. Cerruti, La linguistica. Un corso introduttivo (Utet 2011)

Cap. 5 Semantica
5.1 Il significato

La parte della linguistica che si occupa del piano del significato è la semantica (dal gr. ‘significare’). Il primo problema con cui si scontra la semantica è la definizione stessa di che cosa sia il significato: se è facile e sicuro dire cos'è il significante, la parte materiale dei segni linguistici, su cosa sia il significato, la parte immateriale dei segni linguistici, le idee e le cose sono molto meno chiare.
Il significato non è ‘visibile’, ed è il punto di sutura fra la lingua, la mente e il mondo esterno e definire e analizzare il significato rimane assai problematico anche solo dal punto di vista linguistico.
Esistono tuttavia due modi fondamentali per concepirlo.
V’è innanzitutto una concezione referenziale, o concettuale del significato: il significato è in questo caso visto come un concetto, un'immagine mentale, un'idea o operazione creata dalla nostra mente, corrispondente a qualcosa che esiste al di fuori della lingua (cfr. il ‘triangolo semiotico’, fig. p. 9).
In un'altra prospettiva, vi è una concezione operazionale, contestuale, del significato, secondo cui esso è funzione dell'uso che si fa dei segni, vale a dire ciò che accomuna i contesti d'impiego di un segno e ne permette l'uso appropriato.
In termini generali possiamo comunque definire il significato come ‘l’informazione veicolata da un segno o elemento linguistico’. Occorre tuttavia distinguere fra tipi diversi di significato. Molto utilizzata in linguistica è la distinzione tra significato denotativo (‘concettuale’ o ‘referenziale’) e significato connotativo (‘associativo’ o ‘espressivo’).
Il significato denotativo (o ‘denotazione’) è quello inteso nel senso oggettivo, di ciò che il segno descrive e rappresenta; corrisponde cioè al valore di identificazione di un elemento della realtà esterna, un ‘referente’.
Il significato connotativo (o ‘connotazione’) è invece il significato per così dire indotto, soggettivo, connesso alle sensazioni suscitate da un segno e alle associazioni a cui esso dà luogo e da queste inferibile; non ha valore di identificazione di referenti. Ad es., gatto ha come significato denotativo ‘felino domestico di piccole dimensioni’ e come significato connotativo ‘animale grazioso, furbo, pigro, indipendente’. Quindi mentre il termine gatto denota una sottoclasse di felini, può anche connotare un tipo di comportamento associabile a quello di ‘felino domestico’.
Un'altra distinzione utile è quella fra significato linguistico e significato sociale: mentre il significato linguistico è il significato che un termine ha in quanto elemento di un sistema linguistico codificante una rappresentazione mentale, il significato sociale è il significato che un segno può avere in relazione ai rapporti fra i parlanti, ciò che esso rappresenta in termini di dimensione sociale.
Una distinzione di altra natura, interna questa volta al significato denotativo, è quella fra significato lessicale e significato grammaticale. Hanno significato lessicale i termini che rappresentano oggetti concreti o astratti, entità o concetti della realtà esterna; hanno significato grammaticale i termini che rappresentano concetti o rapporti interni al sistema linguistico, alle categorie che questo prevede o alle strutture cui esso dà luogo. I termini dal significato lessicale vengono anche chiamati parole piene, quelli dal significato grammaticale parole vuote.(o ‘funzionali’)
Un'ulteriore distinzione sì deve fare tra il significato vero e proprio in tutti i suoi vari aspetti da quella che si usa chiamare enciclopedia: il significato fa parte del sistema linguistico, è codificato, e non va confuso con il sapere generale (‘enciclopedia’) derivato dalla conoscenza del mondo esterno che noi abbiamo in quanto esseri viventi di un determinato ambiente.
Un'altra distinzione che si fa spesso è quella fra significato e senso, dove per senso si intende il significato contestuale, vale a dire la specificazione e concretizzazione che il contenuto di un termine assume ogni volta che viene effettivamente usato in una produzione linguistica in un certo contesto. Finestra, per es., ha come significato ‘apertura in una parete’ ma, a seconda del contesto, può anche significare ‘riquadri che si aprono sullo schermo di un computer’). Ad un significato corrispondono dunque vari sensi e la questione è pertanto connessa con la polisemia (cfr. § 5.3.1).
I nomi, in semantica ‘nomi propri’, sono etichette, termini a referente unico che designano un individuo e non una classe e che hanno solo estensione e non intensione: il che significa che possiamo conoscere tutto su un certo Antonio ma non possiamo dire da cosa sia costituito il significato concettuale legato al termine Antonio. Per intensione si intende dunque l'insieme delle proprietà che costituiscono il concetto designato da un termine e, per estensione sì intende l'insieme degli individui (oggetti) a cui il termine si può applicare. L’intensione di cane è dunque l’insieme di proprietà che costituiscono la ‘caninità’ e l’estensione di cane è data da tutti i membri della classe dei cani, cioè dall’insieme di tutti gli individui a cui è possibile riferirsi quando usiamo il termine cane.
Per cui il nome proprio Antonio ammette più referenti ma ognuno di questi è unico per hic et nunc, nel senso che quando si parla di Antonio ci si riferisce soltanto ad un Antonio determinato e non a tutti i potenziali esseri umani aventi lo stesso nome.

5.2 Il lessico

Anche per il livello semantico il linguista pone un'unità d'analisi minima fondamentale. Tale unità è il lessema, che corrisponde ad una parola considerata dal punto di vista del significato. Studiare il lessema di rivoluzione significa studiare i significati linguistici di ‘rivoluzione’.
L'insieme dei lessemi di una lingua costituisce il suo lessico. Lo studio dei vari aspetti del lessico è compito della lessicologia, mentre la lessicografia è lo studio dei metodi e della tecnica di composizione dei vocabolari e dizionari, cioè le opere che raccolgono e documentano il lessico di una lingua.
Dal punto di vista del linguista, il lessico presenta aspetti contrastanti. Da un lato, il lessico è uno dei due componenti essenziali di una lingua; senza lessico non esisterebbe una lingua, non potremmo comunicare verbalmente, i messaggi sarebbero strutture vuote. Allo stesso tempo però il lessico è lo strato più esterno e superficiale di un sistema linguistico, la parte meno intima e più visibile esteriormente, più esposta alle varie circostanze extralinguistiche e più condizionata da fattori estranei all'organizzazione del sistema. Nel lessico sì fondono intatti il mondo esterno e la lingua.
È quindi il livello d'analisi meno linguistico e relativamente meno interessante per l'analisi delle strutture e del funzionamento del sistema linguistico in quanto è lo strato della lingua più ampio, comprendente, rispetto alla fonologia, la morfologia e la sintassi, un inventario incomparabilmente più numeroso di elementi e il meno strutturato e apparentemente asistematico e caotico. È dunque la parte aperta e fluttuante del sistema, suscettibile di essere continuamente incrementata con nuove unità.
Si stima che il lessico di lingue come l'italiano, l'inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco, ecc, ammonti ad alcune centinaia di migliaia di lessemi, escludendo i termini meramente classificatori delle tassonomie scientifiche. I comuni dizionari contengono tra i 90.000 e il 130.000 lessemi, o meglio ‘lemmi’ (entrate del dizionario).
La frequenza d'uso e la disponibilità immediata o meno dividono le parole in classi che si comportano in maniera molto differenziata.
Associando alla frequenza la disponibilità (cioè che i lessemi abbiano valore comune, non tecnico, che designano oggetti e concetti largamente presenti nella vita quotidiana), si individua nel lessico un nucleo centrale (detto di solito ‘vocabolario di base’). Per l'italiano, esso risulta costituito da meno di 7000 unità: comprende circa 2000 lessemi di altissima frequenza d'uso (che costituiscono il ‘vocabolario fondamentale’: es. questo, perché, cosa, fare, ecc.) e altri lessemi di frequenza relativamente alta (canzone, tenda, veloce, ecc.) o di alta disponibilità pratica (ambulanza, cipolla, forchetta, spalmare, ecc.).

5.3 Rapporti di significato tra lessemi

5.3.1 Omonimia e polisemia
Abbiamo visto come il lessico si presenti come un caotico elenco di lessemi. Un primo modo per mettere ordine nel lessico è vedere se esistono relazioni di significato, rapporti semantici, tra un dato lessema e uno o più altri lessemi.
Una prima nozione è quella di omonimia: sono omonimi lessemi che hanno lo stesso significante, ma a cui corrispondono significati diversi, non imparentati tra loro e non derivabili l'uno dall'altro. A seconda che l'omonimia riguardi solo la grafia oppure anche la pronuncia, possiamo distinguere più precisamente tra termini omografi (es. pesca di ‘frutto’ e pesca di ‘pescare’), in cui le due parole sono differenziate dalla pronuncia, e termini omofoni (ad es. pianta di ‘albero’ e pianta di ‘mappa’).  
Se invece i diversi significati associati ad uno stesso significante sono imparentati tra loro e derivati (o derivabili) l'uno dall'altro, si tratta di polisemia (es. corno = protuberanza, strumento, cima). In questo caso, non si può parlare di lessemi formalmente uguali aventi diverso significato, ma di un unico lessema avente più significati. Altro es., testa = parte superiore del corpo, estremità iniziale.
Gli omonimi spesso non appartengono alla stessa categoria lessicale e, di solito, hanno anche diversa origine etimologica (es. casco = verbo, nome).   
Un caso molto speciale di polisemia è l’enantiosemia, che si ha quando significati diversi dello stesso termine sono tra di loro in un rapporto di opposizione (es. ospite è sia ‘chi ospita’, sia ‘chi viene ospitato’).

5.3.2 Rapporti di similarità
I rapporti possono essere basati sulla compatibilità o la somiglianza (vicinanza) semantica tra lessemi.
La sinonimia è il primo di questi. Sono sinonimi lessemi diversi aventi significato uguale: es. urlare/gridare, pietra/sasso, ecc. In realtà, avere lo stesso significato implicherebbe la perfetta intercambiabilità tra i due termini in tutti i possibili contesti, mentre la sostituzione di un termine con un altro crea sfumature diverse di significato, aggiungendo così valori connotativi (es. in gatto/micio, il secondo termine aggiunge un valore affettivo ignoto al primo termine). Sembra quindi più corretto parlare di ‘quasi sinonimia’, perché i sinonimi veri (totali e completi) sono assai rari e sembrano ridursi a casi di varianti formali come tra/fra, devo/debbo).
Un altro rapporto di somiglianza semantica è l’iponimia, che si manifesta quando il significato di un lessema rientra in un significato più ampio e generico rappresentato da un altro lessema (tutti gli x sono y ma non tutti gli y sono x). In questo caso x è iponimo di y, il quale è ‘iperonimo (o ‘sovraordinato’ o ‘arcilessema’) rispetto a x. Armadio, ad es., è iponimo di mobile (che d’altronde è iperonimo rispetto a armadio). Riguardo al rapporto intensione/estensione, l'iponimo ha un'intensione…


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